Scientology dietro la scalata? Narrazioni anti sette e il caso Nardi

Massino Introvigne
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Tom Ballard (a sinistra, 1988–2019) e Daniele Nardi (a destra, 1976–2019). da Facebook

Un alpinista italiano che era Scientologist è morto nel 2019 sull’Himalaya. Ex membri apostati e i media hanno manipolato l’incidente
per attribuirne la colpa alla ‘setta’

di Massino Introvigne
Relazione presentata alla conferenza internazionale ‘FORB and the European Union’, Institute for the Study of Freedom of Religion or Belief, Facoltà Teologica Evangelica, Lovanio, Belgio, 7 maggio 2026.

La morte dell’alpinista italiano Daniele Nardi e del suo compagno di scalata britannico Tom Ballard sul Nanga Parbat, nel febbraio 2019, è stata una delle tragedie più cariche di emozione nel recente alpinismo himalayano.

Nardi, esperto alpinista italiano, sognava da tempo di scalare in inverno lo sperone Mummery, una via nota per la sua difficoltà tecnica e pericolosità. Ballard, figlio della celebre alpinista britannica Alison Hargreaves — la prima donna a salire l’Everest in solitaria, morta sul K2 nel 1995 — aggiungeva ulteriore rilievo alla spedizione attirando l’attenzione del pubblico.

Le controversie sono comuni nell’alpinismo e la tragedia Nardi Ballard non ha fatto eccezione. Poco dopo la loro scomparsa, il noto alpinista italiano Reinhold Messner ha definito “suicida” il tentativo invernale sullo sperone Mummery, scatenando dibattiti tra alpinisti e opinione pubblica. Tuttavia, questa prima controversia — radicata nelle discussioni ricorrenti su rischio, ambizione e giudizio nell’alpinismo d’alta quota — si è trasformata presto in qualcosa di completamente diverso.

Nell’ottobre 2019, il magazine online italiano Fanpage, noto per le sue inchieste sui cosiddetti “culti”, ha pubblicato un documentario intitolato Morte ad alta quota, con il sottotitolo d’impatto “Scientology dietro la scalata”. Il documentario sosteneva di “rivelare” che Nardi fosse Scientologist e che intendesse piantare sul Nanga Parbat la bandiera di un’organizzazione per i diritti umani collegata a Scientology. Suggeriva inoltre che la Chiesa di Scientology lo avesse spinto a intraprendere una scalata “suicida” per promuovere il movimento.


Il sensazionalistico video di Fanpage che ha dato avvio alla campagna

Altri media italiani hanno seguito rapidamente questa storia. Ancora oggi, a più di sette anni di distanza, gli attivisti anti sette citano spesso il caso Nardi come presunta prova del “lavaggio del cervello” di Scientology e della sua presunta disponibilità a incoraggiare i membri a compiere azioni pericolose per la vita al fine di migliorare l’immagine pubblica dell’organizzazione.

Una ricerca da me effettuata ha restituito più di 100 articoli, sia cartacei sia online, che utilizzano la morte di Nardi per attaccare Scientology. Un ex Scientologist polemico e scontento, Claudio Lugli, compariva in molti di essi e potrebbe aver ispirato l’attacco iniziale di Fanpage.
Questa narrazione persistente mostra come i media possano sfruttare una tragedia per rafforzare visioni negative sulle religioni minoritarie, arrivando persino a travisare le motivazioni di una persona deceduta e a mancare di rispetto alla memoria di due alpinisti morti mentre inseguivano la loro passione.

Uno sguardo più attento alla vita e alla carriera alpinistica di Nardi racconta una storia diversa. Nato il 25 giugno 1976 a Sezze, in Italia, iniziò ad arrampicare a sedici anni e divenne rapidamente un alpinista di talento. A metà degli anni 2000 aveva già compiuto imprese che lo collocavano tra i migliori alpinisti italiani: Everest nel 2004, K2 nel 2007 e numerose scalate tecniche sulle Alpi e sull’Himalaya. Nel giugno 2008, insieme a Mario Panzeri, raggiunse la vetta del Nanga Parbat dalla parete Diamir.
Fin dall’inizio della sua carriera, Nardi abbracciò una filosofia personale riassunta nel suo motto “Scala te stesso”, una frase che aveva coniato molto prima di incontrare Scientology. La sua passione alpinistica era profondamente legata a una visione di crescita personale, miglioramento di sé e ricerca di bellezza e significato nelle montagne.

Lo sperone Mummery, che prende il nome dall’alpinista britannico Albert F. Mummery, morto su quella via nel 1895, divenne l’ossessione di Nardi. Considerato una delle linee più difficili su qualsiasi ottomila, lo sperone non era mai stato scalato con successo in inverno. Per Nardi, aprire una nuova via invernale sul Nanga Parbat attraverso lo sperone Mummery rappresentava il vertice dell’ambizione alpinistica: una combinazione di sfida tecnica, significato storico e vocazione personale. Iniziò a menzionare lo sperone Mummery in inverno come qualcosa che desiderava tentare già all’inizio delle sue scalate himalayane, nel 2001.


Albert F. Mummery (1855–1895, credits) e la via dello sperone Mummery paragonata
a vie alternative per scalare il Nanga Parbat.

Infine, tra il 2013 e il 2019, Nardi tentò lo sperone Mummery cinque volte. Nel 2013 dovette tornare indietro a causa di congelamenti. Nel 2014 si fermò per il maltempo. Nel 2015 arrivò a 300 metri dalla vetta, ma un errore di navigazione e il peggioramento delle condizioni lo costrinsero a ritirarsi. Nell’inverno 2015 2016 tornò, ma dovette rinunciare per disaccordi all’interno del team. Il suo ultimo tentativo, nell’inverno 2018 2019 insieme a Tom Ballard, si concluse in tragedia. Questi tentativi mostrano un profondo impegno personale verso quella via — un impegno nato molto prima del suo coinvolgimento con Scientology o con campagne a essa collegate.
In un’intervista del 2018, Nardi espresse un sentimento che oggi risuona con particolare chiarezza: voleva essere ricordato come qualcuno che aveva tentato qualcosa di “incredibile, impossibile” e non aveva mai smesso di provarci. Sperava che suo figlio, allora molto piccolo, imparasse l’importanza della perseveranza e dell’impegno per migliorare il mondo. Nulla in questa dichiarazione suggerisce pressioni esterne. Riflette lo spirito di un alpinista mosso da passione, ambizione e senso di scopo.
Il legame di Nardi con Scientology non iniziò con la Chiesa, ma con Youth for Human Rights, una campagna sostenuta da Scientology che promuove l’educazione ai diritti umani. Nel settembre 2009, durante un concerto per i diritti umani a Fiuggi, incontrò Maria Elena Martini, Scientologist e volontaria della campagna. Il loro interesse comune per i diritti umani portò a una collaborazione, e Nardi divenne un sostenitore entusiasta dell’educazione ai diritti umani. Il suo primo contatto diretto con la Chiesa di Scientology avvenne nel gennaio 2010, quando partecipò a un evento sui diritti umani. Iniziò il suo primo corso di Scientology nel 2012 e completò diversi corsi tra il 2012 e il 2018, ricevendo anche auditing. Nardi e Martini fondarono l’associazione “Arte e Cultura per i Diritti Umani”, e successivamente la società “Ability”, che gestiva sponsorizzazioni e logistica per le sue spedizioni. Nardi avviò anche il progetto “Alta bandiera dei diritti umani”, una bandiera bianca simbolo di speranza e pace, firmata da decine di migliaia di persone, che portava con sé nelle sue scalate.


Nardi con la bandiera dei diritti umani

Queste attività mostrano che Nardi aveva integrato la difesa dei diritti umani nella propria identità pubblica e nei suoi progetti alpinistici. Non indicano affatto che Scientology abbia diretto le sue decisioni in materia di scalate.
La cronologia è fondamentale: il sogno di Nardi di scalare lo sperone Mummery risale ai primi anni di questo secolo, mentre il suo coinvolgimento con Scientology iniziò nel 2012 e il suo attivismo per i diritti umani nel 2009. La sua passione per lo Sperone era già ben consolidata.

Tuttavia, il documentario di Fanpage ha invertito questa cronologia, suggerendo che Scientology avesse “mandato” Nardi sul Nanga Parbat per piantare una bandiera. Questa narrazione ignorava i suoi tentativi documentati, le sue motivazioni alpinistiche e l’indipendenza che gli alpinisti d’élite normalmente hanno.

Il punto centrale del documentario — che Nardi avesse intenzione di piantare una bandiera di Youth for Human Rights in vetta — à stato presentato in modo negativo. L’affermazione era vera, ma Fanpage l’ha interpretata in modo distorto.
Gli alpinisti portano spesso con sé oggetti simbolici come bandiere nazionali, memoriali, vessilli di organizzazioni o ricordi personali. La bandiera dei diritti umani di Nardi era coerente con il suo impegno e lo accompagnava in molte scalate.
Gli Scientologist hanno onorato Nardi sia prima sia dopo la sua morte, orgogliosi del fatto che fosse un alpinista famoso. Tuttavia, è improbabile che lo Scientologist medio — o anche l’italiano medio — sapesse distinguere tra la scalata invernale dello sperone Mummery e altre imprese di Nardi. Quella particolare salita era importante per gli esperti di alpinismo, ma difficilmente avrebbe aumentato la notorietà di Nardi o il suo ruolo di portavoce di Scientology presso il grande pubblico.

Il video suggerisce anche che il rapporto tra Nardi e Tom Ballard fosse sbilanciato, presentando Ballard come un giovane ingenuo sotto l’influenza di Nardi. Gli esperti di alpinismo hanno criticato questa visione come irrispettosa e sbagliata. Ballard, pur più giovane, era un alpinista esperto e di grande abilità.

Una valutazione equilibrata di un’esperta di alpinismo, Francesca Cortinovis, pubblicata sul sito specializzato italiano montagna.tv, contrasta nettamente con le affermazioni di Fanpage. L’esperta pone una domanda semplice ma profonda: “Era proprio necessario?” — era davvero necessario usare il sogno di un alpinista per costruire una storia su Scientology? L’esperta osserva che chi conosceva Nardi lo aveva sentito, per decenni, parlare con passione dello sperone Mummery, alimentato da “un fuoco interiore ardente”.
L’idea che abbia scalato lo Sperone perché manipolato da Scientology viene liquidata come ingiusta e ridicola. La valutazione sottolinea che il desiderio di affrontare una via simile nasceva da dentro, non da influenze esterne. La passione può sconfinare nell’ossessione, ma questo fa parte dell’alpinismo, non di una questione religiosa. Tom Ballard non era un semplice seguace: aveva un suo percorso complesso e le sue motivazioni.

Anche l’affermazione di Messner secondo cui i due alpinisti “sono andati a suicidarsi” è stata dolorosa e semplicistica. La loro tragedia non dovrebbe essere usata per agende politiche estranee. Il punto finale dell’esperta è che Nardi è vissuto ed è morto per il suo sogno di tracciare quella che considerava “la via più bella di sempre”. E’ vissuto ed è morto per amore della montagna, dell’Himalaya e degli ideali dell’alpinismo.

Il documentario di Fanpage riflette una tendenza più ampia dei media a stigmatizzare le religioni minoritarie. Essi adottano acriticamente narrazioni anti sette, basandosi su stereotipi anziché sui fatti. Nel caso di Nardi, una tragedia ha offerto l’occasione per riproporre temi anti sette. Dettagli importanti — come la lunga storia di Nardi con lo sperone Mummery — sono stati omessi perché non si adattavano alla storia che si voleva raccontare. I legami di Nardi con Scientology sono stati presentati come intrinsecamente sospetti, indipendentemente dalle sue reali motivazioni.

La maggior parte degli spettatori non ha conoscenze né di alpinismo né di Scientology, permettendo così la diffusione di affermazioni esagerate. Anche dopo le smentite, la narrazione falsa continua a circolare. I critici di Scientology citano ancora oggi il caso Nardi come “prova” di manipolazione, mostrando quanto queste storie negative possano avere una lunga durata.

Il caso Nardi va oltre la semplice interpretazione errata di una tragedia alpinistica. Mostra come i media possano usare eventi non correlati per attaccare religioni minoritarie, creare collegamenti falsi, cancellare la scelta individuale in favore di grossolane storie di “lavaggio del cervello”, sfruttare il dolore per il sensazionalismo e rimodellare la memoria pubblica in modi che distorcono la verità.


Articoli sensazionalistici di media italiani che usano la tragedia di Nardi per attaccare Scientology

Per i ricercatori che studiano media e religione, questo caso mostra come le narrazioni anti sette possano invadere le conversazioni pubbliche anche in ambiti — come l’alpinismo — ai quali non appartengono naturalmente. Solleva inoltre importanti questioni etiche: quali responsabilità hanno i giornalisti quando parlano di persone decedute? Come dovrebbero i media bilanciare l’esigenza di indagine con il rispetto per gli individui e la loro libertà? In che modo le religioni minoritarie possono proteggersi da narrazioni emotivamente cariche ma deboli nei fatti?

Qualsiasi analisi del caso Nardi deve considerare i pericoli dello sperone Mummery. Questa via è nota per essere pericolosa: ripida, esposta, soggetta a valanghe e tecnicamente impegnativa. Scalare lo sperone in inverno è particolarmente estremo. Ma la cultura alpinistica si confronta da sempre con l’equilibrio tra coraggio e imprudenza. Il commento di Messner secondo cui il tentativo era “suicida” rappresenta una prospettiva. Altri sostengono che spingersi oltre i limiti sia l’essenza stessa dell’alpinismo.

Tuttavia, questo dibattito appartiene alla comunità alpinistica; non dovrebbe essere usato per diffamare la religione di Nardi. La scelta di Nardi di tentare lo Sperone era coerente con il suo percorso, la sua personalità e la sua filosofia di scalata. Attribuirla al “lavaggio del cervello” da parte di Scientology significa fraintendere sia l’alpinismo sia Nardi stesso.

Le morti di Daniele Nardi e Tom Ballard sono state tragedie segnate dagli elementi intrinseci dell’alpinismo d’alta quota: passione, ambizione, rischio e le forze imprevedibili della natura. Le loro credenze o la loro religione non sono state la causa. Il tentativo del documentario di Fanpage di collegare la loro scalata a Scientology è una distorsione semplicistica, che mostra come i media possano sfruttare narrazioni anti sette per attirare attenzione.

Questo approccio ha mancato di rispetto alla memoria dei due alpinisti, ha travisato le loro motivazioni e ha contribuito alla stigmatizzazione di una religione minoritaria.

Il confine tra coraggio e rischio inutile sarà sempre oggetto di dibattito nell’alpinismo. Questo dibattito è legittimo. Tuttavia, usare la morte di un alpinista per promuovere i propri fini anti sette non è un dibattito: è un abuso della tragedia, una violazione dell’etica giornalistica e una dimostrazione di quanto lontano alcuni media siano disposti a spingersi per screditare gruppi etichettati come “sette”.

Il caso Nardi rappresenta dunque un monito: quando i media sono guidati dal pregiudizio anziché dai fatti, possono distorcere la realtà, danneggiare reputazioni e trasformare storie umane di passione e perdita in strumenti di conflitto ideologico. In questo senso, il caso non riguarda solo l’alpinismo o Scientology; riflette i pericoli più ampi della stigmatizzazione, del sensazionalismo e della persistente forza della retorica anti sette nei media contemporanei.

[Traduzione dell’articolo “Scientology Behind the Climb? Anti-Cult Narratives, and the Nardi Case”, pubblicato l’8 maggio 2026 su bitterwinter.it - Scientology Behind the Climb? Anti-Cult Narratives, and the Nardi Case]